28 maggio 2016

Hulsanpes perlei, un Dromaeosauridae con il punto interrogativo

Nel 1970, presso la località di Kulsan (detta anche Hulsan), nel bacino del Nemegt (sud della Mongolia), durante una spedizione congiunta polacco-mongola, fu rinvenuto un piccolo metatarso parziale di theropode, lungo 4 cm, con ancora in situ la prima falange del secondo dito del piede, associato ad un frammento di neurocranio. L'esemplare sarà descritto 12 anni dopo, da Osmólska (1982). L'esemplare mostra una texture superficiale rugosa, tipica degli esemplari immaturi. Confrontandolo con i metatarsi degli altri theropodi noti dal Cretacico Superiore mongolico, Osmólska (1982) conclude che l'esemplare non sia riferibile ad alcun taxon precedentemente noto, ed istituisce Hulsanpes perlei, da lei riferito a Deinonychosauria e, con un punto interrogativo incluso nel testo, a Dromaeosauridae. Come scrisse S.J. Gould per un episodio analogo, “non si deve mai dubitare del potere concettuale di un punto interrogativo”.
Frammento da Osmólska (1982) con indicato il punto interrogativo su Dromaeosauridae

Data la frammentarietà dell'unico esemplare noto, è difficile collocare Hulsanpes in Theropoda. Difficile ma non impossibile. La difficoltà è esacerbata dall'immaturità dell'esemplare, che potrebbe mascherare alcune affinità palesi solamente in stadi di crescita pià avanzati.
Di recente, ho avuto modo di visionare alcune fotografie a colori ed in tutte le norme dell'esemplare di Hulsanpes, conservato a Varsavia. Ciò mi ha permesso di aggiungere ulteriori codifiche in Megamatrice oltre a quelle deducibili da Osmólska (1982).
Il risultato è molto interessante... ma di tutto questo, parlerò in futuro, in una serie di post dedicati ad un tema particolare che, sono sicuro, sarà molto apprezzato.

Ringrazio A. Halamski e D. Madzia (dell' Accademia Polacca delle Scienze, Varsavia) per l'aiuto nel reperire dati su Hulsanpes.

Bibliografia:
Osmólska, H. Hulsanpes perlei n.g. n.sp. (Deinonychosauria, Saurischia, Dinosauria) from the Upper Cretaceous Barun Goyot Formation of Mongolia. Neues Jahrb. Geol. P.-A. 7, 440–448 (1982).



25 maggio 2016

Omaggio al progetto Saurian

Non sono mai stato un appassionato consumatore di videogiochi. Io sono della generazione del Nintendo 8bit, per intenderci, che sicuramente impallidisce di fronte alle nuove generazioni videoludiche.
Tuttavia, se quello di cui vi parlo fosse stato disponibile quando ero ragazzino, sarebbe stato il mio preferito. Parlo di qualcosa che va oltre il mero videogioco, altrimenti non ne parlerei in questo blog. Il progetto Saurian, del quale ho sentito parlare in questi ultimi anni mentre procedeva nello sviluppo, si propone di immergere il giocatore in una simulazione dell'ambiente del tardo Maastrichtiano della Laramidia, nella quale egli "gioca" il ruolo di un dinosauro. La cura ed il dettaglio scientifico per questo progetto è superbo, ed è proprio il motivo per cui sento il dovere di omaggiarlo. Non parlo solamente della presenza del piumaggio nei theropodi (io avrei osato piumare anche gli altri dinosauri...), ma della cura anatomica, morfologica e - nei limiti della speculazione - comportamentale. Un aspetto che ho molto apprezzato dal trailer, è il rimarcare che un dinosauro mesozoico aveva ecologie differenti a seconda del suo stadio di crescita, e che tale ontogenesi ecologica è stata presa in considerazione per lo sviluppo degli animali virtuali.

Ovviamente, il videogioco è una emanazione dei suoi sviluppatori, e dei supervisori scientifici, e va considerato sempre e comunque un videogioco. Eppure, per quanto non debba essere preso come "documentario" o "ricostruzione", esso ha comunque la potenzialità di suscitare interesse e curiosità verso tematiche scientifiche. E lo fa in modo esteticamente molto accattivante.
Non mi dispiacerebbe se nella prossima generazione di paleontologi qualcuno dichiarasse di aver scoperto la scienza paleontologica dalla - evidente - scienza che sta dietro questo videogioco.

21 maggio 2016

Una soluzione alla controversia sulle labbra dei dinosauri?

Qualcuno è sbigottito...


Sovente, la soluzione ad un problema – che pare essere impantanato da tempo – sta nel cambiare prospettiva dal quale affrontarlo.
La presenza o meno di labbra a copertura della dentatura dei dinosauri è un tema che interessa sia il profano (per motivi prettamente estetici) che il paleontologo (per motivi morfofunzionali, ecologici e filogenetici). In quanto fossili, spesso frammentari, i dinosauri mesozoici, in particolare i theropodi, sono avari di informazioni in merito a certe parti non-mineralizzate, come è la regione del cavo orale. La comparazione con i Reptilia viventi, e l'utilizzo dell'inferenza filogenetica per dedurre il possibile aspetto della regione orale più coerente con quello che osserviamo oggi, risultavano di ambigua interpretazione. Il motivo di tanta ambiguità sta tutto nella ampia disparità di morfologie del cavo orale che osserviamo nei taxa attuali: le tartatughe hanno un becco corneo in parte coperto da guance, i lepidosauri hanno labbra cornee, i coccodrilli hanno i denti esposti e la regione gengivale corneificata, gli uccelli hanno un becco corneo. La morfologia aviana non è omologabile a quella dei coccodrilli, e nasce il sospetto che nessuna delle due mostri la condizione ancestrale degli arcosauri dalla quale dedurre quella dei dinosauri con denti. Se l'inferenza filogenetica si impantana nella disparità rettiliana, non meno ostico diventa il tentativo di trovare una soluzione avvalendosi della morfologia comparata. Molti hanno discusso se la forma, disposizione e distribuzione dei forami vascolari e nervosi sulle superfici laterali delle ossa marginali dentigere (premascellare, mascellare e dentale) possano dare indicazioni sulla presenza o meno di labbra, becchi e guance. Tuttavia, non pareva esserci unanime consenso su come interpretare le numerose morfologie dei dinosauri, spesso prive di equivalenti moderni.
Una possibile soluzione della controversia è stata proposta recentemente all'ultimo Congresso della Società Canadese di Paleontologia dei Vertebrati. La soluzione parte da un cambio di prospettiva: invece di analizzare le ossa della bocca, Reisz e Larson (2016) suggeriscono di analizzare i denti.
Il loro ragionamento è piuttosto semplice: lo smalto dei denti, il materiale organico più duro nei vertebrati, richiede una idratazione costante. In animali acquatici o semiacquatici, l'idratazione proviene dal mezzo ambientale, ma negli animali prettamente subaerei, che vivono fuori dall'acqua, l'idratazione deve provenire dal corpo, ovvero dalle ghiandole che sboccano nella gengiva. Ovviamente, né la gengiva né le ghiandole che vi sboccano lasciano tracce fossili. Esiste nei denti una qualche “firma” mineralizzata che ci dice se il dente era idratato o no (firma che quindi può fossilizzare)? Reisz e Larson (2016) osservano che in vari gruppi di mammiferi attuali, animali tutti dotati di labbra, si sono evolute delle specie dotate di zanne esposte (ad esempio, in alcuni artiodattili come il mosco, il cui maschio presenta zanne esposte permanentemente). Queste zanne hanno una struttura istologica differente dagli altri denti coperti dalle labbra? Sezionando varie zanne di mammifero, gli autori hanno riscontrato assenza dello smalto, che è sostituito da cemento, un materiale che parrebbe quindi non richiedere idratazione continua.
Pertanto, concludono Reisz e Larson (2016), i denti ricoperti di smalto devono avere una protezione di labbra e gengive, mentre quelli ricoperti di cemento possono restare esposti. Se questo criterio era valido anche nel passato (cosa che non abbiamo motivo di dubitare), allora l'istologia dei denti può dire se il proprietario di tali denti li manteneva esposti o coperti da labbra. Siccome tutti i denti di theropodi noti hanno la superficie esterna formata dallo smalto, gli autori concludono che tutti i theropodi mesozoici con denti dovessero avere labbra, probabilmente simili a quelle degli squamati attuali.

Trattandosi di un talk ad un congresso è bene attendere la pubblicazione ufficiale per i dettagli prima di dichiarare conclusa la questione. Nondimeno, questa nuova prospettiva pare avere, finalmente, quei pregi che le ipotesi precedenti mancavano: un modello testabile sulle specie viventi, e un criterio relativamente semplice (la struttura dei denti) che permette di dedurre la presenza/assenza di labbra anche in assenza di ossa o crani completi.

Bibliografia:


Robert R. Reisz, D. Larson. 2016. Dental Anatomy And Skull Length To Tooth Size Ratios Support The Hypothesis That Theropod Dinosaurs Had Lips. IV Meeting of the Canadian Society of Vertebrate Palaeontology – abstract volume.

08 maggio 2016

Rivoluzionari piumati

Il vostro blogger e Federico Fanti nell'ennesima gag "geologo buono, paleontologo cattivo". Foto di Anna Giamborino.
Ringrazio tutti coloro che ieri hanno partecipato alla mia presentazione al Museo "Capellini" di Bologna, dal titolo "La Rivoluzione Piumata". La sala del Diplodocus è stata riempita di pubblico e numerose sono state le domande al termine del talk.

04 maggio 2016

Di più di così non si può andare

Credevo che l'apice della mia carriera fosse stato quando Neptunidraco fu commentato sulla Gazzetta dello Sport (devo recuperare quella pagina, da qualche parte). 
Poi è arrivato questo: un mio studio scientifico è sulla copertina del prestigiosissimo rotocalco di gossip "Di Più" (sarcasm mode: on).
Ora sono un VIP.

19 aprile 2016

NUNTIO VOBIS DINOSAURUM MAGNUM: HABEMUS SAUROPODEM!

Possibile ricostruzione del sauropode italiano (copyright Davide Bonadonna - 2016).

Quanta strada abbiamo fatto, negli ultimi 25 anni! Quando ero ragazzino, l'Italia era considerata una regione del tutto priva di dinosauri. E ciò per una serie di ragioni geologicamente motivate in base alle conoscenze di allora, dato che si riteneva che la nostra penisola fosse stata completamente sommersa nel Mesozoico (o, meglio, che tutte le rocce italiane di età mesozoica fossero originarie da fondali marini). Poi vennero le serie di orme e le piste di dinosauri, specialmente nel Nordest e in Puglia, che attestarono che numerosi gruppi di dinosauri, in vari momenti del Mesozoico, avevano attraversato delle terre emerse che ora formano l'Italia. Poi arrivarono anche le ossa, e che ossa! Scipionyx, Tethyshadros, entrambi completi ed articolati, ma anche il theropode di Saltrio ed il possibile frammento di osso lungo (forse theropode, oppure un grande pterosauro) dalla Sicilia. Dei tre cladi principali di Dinosauria (Ornithischia, Sauropodomorpha e Theropoda), avevamo quindi un ornithischio (basato su più esemplari), due theropodi,  ma nessun sauropodomorfo. Eppure, le piste di impronte attestavano la presenza di sauropodi. Possibile che non ci fossero le condizioni per la scoperta di resti ossei di sauropode?
Almeno fino ad oggi, la domanda restava senza risposta.