29 agosto 2014

Datanglong: un nuovo carcharodontosauriano?


Iniziavo a soffrire una crisi per astinenza da nuovi theropodi mesozoici; per mia fortuna in questi giorni sono stati pubblicati due nuovi taxa. Ognuno ha le proprie dipendenze...
Il primo di questi nuovi theropodi è basato su una serie articolata di vertebre (ultima dorsale, il sacro completo e le prime due caudali) associata ad un bacino parziale, appartenente ad un grande theropode dalla Formazione Xinlong (Cretacico Inferiore della Cina meridionale), che Mo et al. (2014) riferiscono ad un nuovo carcharodontosauriano basale: Datanglong guangxiensis.
Datanglong presenta una interessante combinazione di caratteri: le parapofisi dorsali sono molto allungate, come nei theropodi di grado ceratosauriano, la pneumatizzazione vertebrale è estesa alle ultime dorsali ma non al sacro, la prima caudale presenta un recesso dorsale a livello della possibile lamina tra costa e prezygapofisi (preferisco usare il termine “costa” invece che “diapofisi/processo trasverso” per le caudali), l'ileo ha un peduncolo pubico la cui faccetta distale è rettangolare e lunga più del doppio della sua lunghezza (come nei coelurosauri, e alcuni megaraptori, qualora questi ultimi non siano inclusi in Coelurosauria), la lamina preacetabolare non mostra una mensola mediale. Inoltre, l'ileo è perforato da vari recessi pneumatici, come in Neovenator e Aerosteon.
La collocazione in una ampia politomia alla base di Carcharodontosauria ottenuta da Mo et al. (2014) è basata sull'analisi dei tetanuri non-coelurosauri di Carrano et al. (2012), la quale ha un ridotto campionamento per i coelurosauri (e quindi non può testare, tra l'altro, l'eventuale posizionamento tyrannosauroide dei megaraptori, che quindi risultano “obbligati” in Carcharodontosauria). Tuttavia, Datanglong non mostra molti caratteri da carcharodontosauriano, se non quelli condivisi con i megaraptori (che potrebbero non essere membri di Carcharodontosauria).
Immesso in Megamatrice, Datanglong si colloca nella parte basale di Coelurosauria, interno al “grado compsognathoide”, nome informale di una regione di Theropoda che potrebbe raggruppare forme giovanili di vari tetanuri (come Sciurumimus) accomunate dall'avere una morfologia generale molto simile ai compsognathidi (ammettendo che questi ultimi siano un clade). Questo risultato è molto interessante, dato che, finora, tutti i taxa risultati parte di quel grado erano di piccola taglia (e, in alcuni casi, conosciuti solo per esemplari molto immaturi), mentre l'olotipo di Datanglong ha dimensioni comparabili ad esemplari maturi di Allosaurus: ciò potrebbe indicare che quel grado non sia (almeno in parte) un artefatto della inclusione di esemplari immaturi, ma avere un reale significato filogenetico.

Bibliografia:
Carrano MT, Benson RBJ, Sampson SD. 2012. The phylogeny of Tetanurae (Dinosauria: Theropoda), Journal of Systematic Palaeontology 10:211-300.
Mo J, Xhou F, Li G, Huang Z, Cao C. 2014. A new Carcharodontosauria (Theropoda) from the Early Cretaceous f Giangxi, Southern China. Acta Geologica Sinica 88:1051-1059.

27 agosto 2014

Sulla oggettiva inconsistenza del nostro effimero sciovinismo



Dinosauria è il clade di vertebrati terrestri di maggiore successo negli ultimi 200 milioni di anni. Dalla fine del Triassico ad oggi, nessun altro clade di vertebrati ha prodotto un numero così alto di specie. Persino oggi, il numero di specie di Dinosaria è comparabile alla somma delle specie di Amphibia e Mammalia. Dinosauria è l'unico clade animale ad essere presente per tutto l'anno in tutti i continenti, incluso l'entroterra dell'Antartide. Dinosauria è l'unico clade di vertebrati ad aver evoluto animali volanti grandi come insetti (i colibrì) e animali terrestri grandi come balene (i sauropodi): nessun altro clade ha evoluto animali capaci di vincere la forza di gravità e spostare dozzine di tonnellate di peso senza l'aiuto della spinta idrostatica, ed evolvere eleganti volatori capaci di mantenersi sospesi immobili in aria. Il bauplan di Dinosauria è l'unico nel regno animale che ha occupato in modo persistente e con successo sia le nicchie ecologiche giganti che quelle miniaturizzate. Il gigantismo, con masse adulte maggiori di quelle di qualunque altro clade terrestre, in Dinosauria si è evoluto almeno tre volte: in Sauropoda, Theropoda ed Ornithopoda. Ed ognuno di questi tre gruppi ha evoluto dozzine di volte forme giganti, per almeno 150 milioni di anni. Dinosauria include gli animali con il tasso metabolico e di crescita più elevato nel regno animale, il sistema respiratorio più efficiente, il sistema tegumentario più complesso: la piuma, una struttura frattale dalla enorme versatilità meccanica e termodinamica. La temperatura corporea media di un uccello può mantenersi sui 40 gradi, valore che porterebbe rapidamente alla morte ogni altro animale. Dinosauria è l'unico clade con membri capaci di svolgere intensa e continuata attività muscolare a 10 mila metri di quota, come dimostrano le migrazioni annuali di uccelli sopra la catena himalayana. Sono membri di Dinosauria gli unici animali a parte Homo sapiens ad aver manifestato capacità logico-analitiche di tipo astratto: il corvo della Nuova Caledonia è capace di risolvere problemi logici insuperabili per una scimmia non-umana. I più grandi predatori terrestri sono tutti membri di Dinosauria: nessun altro animale predatore noto ha superato le due tonnellate, massa superata almeno una quindicina di volte nell'evoluzione di Theropoda. Dinosauria ha evoluto la forma di locomozione neurologicamente più complessa esistente: il bipedismo parasagittale digitigrado. L'efficienza di questo sistema locomotorio è dimostrata dalla persistenza di questo adattamento per l'intera storia di Theropoda, con una disparità dimensionale che va dai colibrì ai tyrannosauridi, tutti bipedi parasagittali digitigradi. L'animale conosciuto che sia capace di raggiungere la più elevata velocità è un membro di Dinosauria volante.

Tutti questi fatti, che attestano il successo evolutivo, cronologico, numerico, dimensionale, ecologico, morfofunzionale e biomeccanico di Dinosauria, sanciscono una inevitabile conclusione, che forse può frustrare il nostro egocentrico ed insuperabile orgoglio di auto-proclamati “Vertici del Creato”: i dinosauri sono la vera forma di vita superiore su questo pianeta. Una volta rimossi i criteri che più ci fanno comodo, è inevitabile riconoscere che il nostro modello biologico è meno efficiente, meno vantaggioso, meno persistente, meno diffuso. Vincolati dalla combinazione di un macchinoso sistema masticatorio che limita fortemente la durata media dell'esistenza, e da un iper-parassitico sistema riproduttivo, troppo K-orientato, alla scala delle decine di milioni di anni i mammiferi sono intrinsecamente meno efficienti di qualunque dinosauro di massa comparabile.
Il record paleontologico lo dimostra.
Una prova su tutte: la “nostra (autoproclamata) Era” iniziò solo dopo che una stella cadde dal cielo e abbattè il mondo dei dinosauri non-aviani. Senza l'intervento del Cielo, molto probabilmente i mammiferi sarebbero ancora piccoli, marginali, in competizione con lucertole e insetti per i piani bassi del mondo dei dinosauri. Ed anche quando buona parte di Dinosauria fu spazzata via dall'immane cataclisma, i dinosauri sopravissuti proliferarono, superando gli altri vertebrati terrestri nel numero di specie, di nicchie, nell'evolvere forme più eleganti ed efficienti di locomozione sia in terra che in aria, e sistemi ben più efficienti di metabolismo.
Noi arriviamo dopo. E per quanto ci esaltiamo per qualche migliaio di anni di successo, nostante sia palese che ci stiamo auto-distruggendo - nella migliore tradizione delle specie fallimentari - non dureremo mai qualche centinaio di migliaia di anni, né milione di anni, né tanto meno 200 milioni di anni. Non saremo mai vincenti (in senso biologico, l'unico che conta) come i dinosauri.

23 agosto 2014

S-Pronare a Ri-Flettere

Il titolo è un gioco di parole che si perde nella traduzione...
Uno dei mantra del BiDOn (Bimbominkia Dinosaurologico Online) è dare sfoggio di erudizione, ad esempio nel menzionare la parola “pronazione”. Sarebbe interessante capire quante volte il termine sia ripetuto meccanicamente senza la minima cognizione del significato della parola: e, difatti, nella maggioranza dei casi, sospetto che il termine sia usato a sproposito.
Dire che “Velociraptor non pronava le mani” è improprio. Il termine “pronazione” (ed il verbo “pronare”) si riferiscono a movimenti relativi di una parte rispetto ad un'altra. La pronazione è sempre “pronazione di una parte rispetto ad un'altra parte”. La “pronazione-punto-e-basta”, come quella delle fantomatiche mani di Velociraptor, è priva di significato.
La mano umana è in grado di pronare (e quindi, anche di supinare) relativamente all'asse prossimodistale dell'avambraccio: ciò permette di orientare la superficie flessoria della mano sia parallelamente che perpendicolarmente all'asse mediolaterale distale dell'omero. La torsione dell'avambraccio lungo quelle due posizioni è l'atto della pronazione. Tuttavia, menzionare questo moto non implica automaticamente, come si legge spesso online, che i palmi delle mani siano “rivolti uno verso l'altro”, perché quell'ultima situazione dipende dalla postura generale assunta dal braccio. Io posso pronare le mani rispetto all'avambraccio e contemporaneamente flettere l'avambraccio rispetto all'omero: i palmi delle mani in quel caso sono entrambi rivolti ventralmente (rispetto agli assi “plesiomorfici” del mio corpo) e anteriormente (qualora esegua questa postura assumendo la stazione eretta). In breve, l'orientazione dei polsi dipende da come l'intero braccio è articolato rispetto al corpo, e dalle varie posizioni assunte dall'omero rispetto al glenoide, dall'avambraccio rispetto all'omero, e dall'eventuale possibilità di pronare al polso. Menzionare solamente la pronazione per descrivere l'orientazione del palmo della mano “funziona” solo con i dinosauri giocattolo, non con animali reali.
La complessa geometria tridimensionale delle articolazioni nell'arto anteriore di Triceratops.

Il movimento di pronazione/supinazione dipende dalla morfologia dell'articolazione avambraccio-polso. Un animale privo di articolazioni in grado di generare una torsione della regione distale dell'avambraccio rispetto alla regione prossimale non prona/supina. Non tutti gli animali hanno articolazioni che permettono la torsione dell'avambraccio (quindi, una pronazione attiva della mano rispetto all'omero). Ad esempio, gli archosauri ne sono privi. Pertanto, anche se di solito si menziona la pronazione solamente con i theropodi, il medesimo discorso è valido per tutti gli altri archosauri (Bonnan e Yates 2007; Fujiwara 2009; VanBuren e Bonnan 2013): uccelli, sauropodomorfi, ornithischi, ma anche gli pseudosuchi. Anche se a prima vista può sembrare il contrario, nemmeno i coccodrilli hanno avambracci capaci di torcersi per produrre attivamente una postura pronata per la mano. Difatti, come ho scritto prima, l'adesione del palmo della mano al terreno nei coccodrilli è conseguenza dell'intera morfologia pettorale e del braccio, e non dipende dalla mera pronazione della mano. Conseguenza “artistica” di questo fatto è che la grandissima maggioranza delle ricostruzioni di dinosauri quadrupedi è scorretta a livello dell'arto anteriore. Rare eccezioni sono le opere nelle quali gli autori dimostrano la consapevolezza della complessa anatomia dell'arto anteriore dinosauriano. Nella maggioranza degli altri casi, invece, gli arti anteriori dei dinosauri quadrupedi sono delle mere invenzioni, spesso delle brutte copie degli arti anteriori dei mammiferi pachidermi (inclusa la quasi costante presenza di falangi ed ungueali che non dovrebbero esserci).
Tutti i dinosauri quadrupedi discendono più o meno direttamente da animali bipedi, nei quali l'arto anteriore non aveva funzione locomotoria. Dato che negli archosauri non-aviani il sistema propulsivo è il sistema caudo-femorale, il fatto che nei dinosauri bipedi l'arto anteriore non sia un organo propulsivo è la mera perpetuazione del sistema locomotorio archosauriano. I dinosauri quadrupedi ereditano la non-propulsione nell'arto anteriore, il quale, di fatto, funge prettamente da punto di appoggio ma non ha una funzione “trattiva”. Ciò spiega come mai nessuna linea di dinosauro quadrupede evolva una forma di propulsione nell'arto anteriore, incluso un qualche meccanismo nella mano capace di generare una spinta locomotoria durante la flessione della mano: la mano dei dinosauri non si flette lungo una direzione parallela alla direzione del moto generata dall'arto posteriore, quindi non può partecipare a quella spinta. Al contrario, la maggioranza dei dinosauri quadrupedi tende a ridurre le capacità flessorie nella mano (sia a livello di articolazione metacarpo-falangeale sia nelle varie falangi), e ciò ha senso nell'ottica di un arto anteriore che non deve “spingere” ma solamente “sostenere”. Molti theropodi (esclusi alcuni gruppi di coelurosauri derivati e gli abelisauroidi), pur essendo bipedi obbligati, conservano delle articolazioni metacarpo-falangeali ben sviluppate, oltre a processi flessori marcati, che indicano una mobilità fluida lungo la direzione flessione-estensione della mano. Ciò è legato alla funzione predatoria della mano, che funge da “gancio” quando opera in solitaria e “tenaglia” quando agisce in concerto con l'altra mano.
A questo punto, è curioso constatare che – ancora una volta – la maggioranza degli artisti di dinosauri non si sia soffermata a riflettere sulle capacità flessorie della dita di questi animali. Ad esempio, è ragionevole supporre che durante la non-attività della mano (ovvero, quando non partecipa alla predazione) le dita della mano si flettessero, per ridurre l'esposizione e quindi l'usura degli artigli. Se badate, la maggioranza delle ricostruzioni di theropodi li mostra con le dita semi-estese, aventi il loro asse principale parallelo a quello dei metacarpi. Ciò è probabilmente ispirato alla mano degli uccelli attuali. Tuttavia, negli uccelli le articolazioni tra gli elementi della mano sono estremamente ridotte, al punto che le dita aviane non flettono (né tanto meno estendono, ma questo è già ridotto nella maggioranza dei coelurosauri).
Dato che i theropodi non-aviani conservano la capacità flessoria nelle dita della mano, non vedo il motivo per ritrarli sempre con le dita semi-estese, in particolare se l'immagine non li ritrae nell'atto di utilizzare la mano in qualche attività predatoria.

Spero di avervi s-pronato e ri-flettere...


Bibliografia:

Bonnan MF, Yates AM (2007) A new description of the forelimb of the basal sauropodomorph Melanorosaurus: implications for the evolution of pronation, manus shape and quadrupedalism in sauropod dinosaurs. In: Barrett PM, Batten DJ, editors. Evolution and palaeobiology of early sauropodomorph dinosaurs: Special Papers in Palaeontology. 157–168.
Fujiwara S (2009) A reevaluation of the manus structure in Triceratops (Ceratopsia: Ceratopsidae). Journal of Vertebrate Paleontology 29: 1136–1147.
VanBuren CS, Bonnan M (2013) Forearm Posture and Mobility in Quadrupedal Dinosaurs. PLoS ONE 8(9): e74842. doi:10.1371/journal.pone.0074842

21 agosto 2014

Steli, corolle e Mokele Mbe-Mbe


I termini per definire i cladi viventi e quelli estinti in filogenetica sono relativamente semplici da comprendere ed applicare. Eppure, regolarmente noto un fraintendimento nel loro uso e menzione. Ad esempio, proprio ieri è stato pubblicato su Nature un articolo che, nel titolo, menzionava “earliest stem mammals”. Ora, il termine indica i più antichi rappresentanti dello stelo mammaliano. Pertanto, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il significato di “stelo” e “corolla” in sistematica, sa che i più antichi rappresentanti dello stelo mammaliano sono i grotteschi caseidi ed edafosauri della fine del Carbonifero. Quelli sono i taxa che la mia mente recupera dalla memoria alla lettura di “earliest stem mammals”. Peccato che, invece, l'articolo in questione parlasse di Morganucodon e altri mammaliaformi del Triassico, i quali sono tra i più recenti stelo-mammiferi, e non proprio i più antichi. L'errore nell'uso di “stelo” e “corolla” nasce appunto dal diffuso fraintendimento della logica operativa che genera questi termini. Eppure, è relativamente semplice applicare i concetti.

Tassonomia filogenetica di 5 specie viventi (a, b, c, d, e) e tre estinte (g, h, i). I nodi corolla (quadrati neri) sono applicabili solo se ambo i rami hanno dei terminali viventi. Gli steli conseguono alle corolle.

Una corolla è un nodo avente specie viventi su ambo le due linee che lo formano. Pertanto, corolla-Mammalia è il nodo che include monotremi ad un ramo e marsupiali+placentali all'altro ramo.
Uno stelo è qualunque linea che congiunge direttamente due nodi corolla. Ad esempio, stelo-Mammalia è la linea che collega corolla-Mammalia al nodo-corolla immediatamente più inclusivo, in questo caso, corolla-Amniota. Pertanto, è un membro di stelo-Mammalia qualunque specie lungo quella linea che dal nodo-corolla-amniotico va al nodo-corolla-mammaliano: quindi, tra i tanti, i caseidi, gli edafosauridi, gli sphenacodonti, i therocephali, i dicinodonti, i gorgonopsidi, i cinognatidi, i probainogranti, ed i morganucodonti. Edaphosaurus e Dimetrodon sono degli stelo-mammiferi, non solo Morganucodon! Pertanto, “i più antichi stelo mammiferi” sono i caseidi e gli edafosauridi carboniferi, non certo i morganucodonti triassici vissuti 70-90 milioni di anni dopo.

I concetti di “stelo” e “corolla” sono quindi legati alla procedura con cui essi sono costruiti. Non sono “realtà assolute”, ma nemmeno etichette arbitrarie, sono strumenti specifici, utili strumenti linguistici, a patto che siano usati nel modo corretto, secondo il criterio con cui sono stati definiti.

Mentre pensavo a questo post, ho ideato questo esperimento mentale, che forse può aiutare a comprendere come i concetti di “stelo e corolla” siano la meccanica applicazione di un semplice algoritmo tassonomico vincolato al contesto reale.

Immaginiamo che oggi, nelle foreste dell'Africa centrale, sia scoperto il fantomatico Mokele Mbe-Mbe, e che questa creatura mitologica risulti essere, effettivamente, un sauropode. Che implicazioni avrebbe sul piano tassonomico? Abbastanza forti, almeno dentro Archosauria.

Attualmente, corolla-Archosauria include due gruppi: corolla-Crocodylia e corolla-Aves. Il primo include i coccodrilli viventi, il secondo gli uccelli viventi. Tutto ciò che è collocato lungo la linea che collega corolla-Archosauria a corolla-Aves è uno stelo-Aves. Usando la rappresentazione mostrata prima, possiamo immaginare che corolla-Archosauria sia il nodo A, corolla-Crocodylia il nodo B e corolla-Aves il nodo C. I sauropodi fossili sono indicati dall'esagono rosa, e difatti si collocano nello stelo-Aves.
Cosa accadrebbe con la scoperta di Mokele Mbe-Mbe? Di colpo, abbiamo un sauropode vivente! Per definizione di “corolla”, quindi, il nodo Eusaurischia (che unisce uccelli e sauropodomorfi), che prima definiva un clade di importanza puramente paleontologica, diventa ora un clade di rilevanza zoologica avente in ambo le sue due linee almeno una specie vivente: ovvero, Eusaurischia diventa un nodo corolla (= “uccelli viventi + Mokele Mbe-Mbe”)! Automaticamente, stelo-Aves risulta ristretto alla linea che congiunge corolla-Aves a corolla-Eusaurischia (ovvero, la parte che oggi chiamiamo non-corolla-Aves di Theropoda), mentre la linea che collaga corolla-Archosauria e corolla-Eusaurischia diventa stelo-Eusaurischia: a questo punto, pterosauri e ornithischi diventano quindi degli stelo-eusaurischi e non sono più degli stelo-aviani (mentre taxa come Tyrannosaurus e Archaeopteryx restano stelo-aviani).

Il grafico di prima, con l'aggiunta di Mokele Mbe Mbe (j).


Queste fondamentali rivoluzioni tassonomiche sono uno dei motivi più importanti e sociologicamente drammatici per cui dobbiamo sperare che non sia mai scoperto un dinosauro (cioè, uno stelo-aviano) vivente! [sarcasmo]

20 agosto 2014

Vedere i dinosauri, senza bisogno di immagini

Per molti, è quasi impossibile scindere il concetto di “dinosauro” da quello di “rappresentazione paleoartistica di un dinosauro”, come se “rappresentazione paleoartistica di” fosse ridondante con (ed inclusa nel) termine “dinosauro”. Per moltissimi, difatti, un dinosauro deve essere “visualizzato” prima ancora che “pensato”. Scommetto che, alla pubblicazione di un nuovo dinosauro, per prima cosa molti si chiedono “che aspetto aveva?”. Io mi chiedo “dov'è la sua descrizione?”...
Eppure, oltre alla “visualizzazione” esistono anche altri modi di concepire e “pensare” un dinosauro, modi che hanno il pregio di essere più oggettivi e meno contingenti di quello dominante basato sulla iconografia, e che forniscono una quantità e qualità di conoscenza su quel dinosauro ben superiore di qualsiasi illustrazione.
Ad esempio, qui sotto avete una rappresentazione veramente molto fedele di un dinosauro:

Per comprenderla occorre una chiave di lettura, data dalla lista dei caratteri dei quali ogni simbolo in questa stringa è associato. In questo caso specifico, la lista dei caratteri è disponibile online, quindi accessibile ad ogni uomo di buona volontà.
Il taxon corrispondente a quella stringa è Tyrannosaurus.
Probabilmente, più di un lettore troverà questa “rappresentazione” di Tyrannosaurus molto arida e poco interessante. Eppure, essa non è diversa dal modo con cui un musicista concepisce uno spartito: ovvero, una sequenza di simboli che la sua mente è in grado di interpretare come una melodia coerente. Quella stringa, difatti, condensa un'enorme mole di informazioni, che, una volta tradotta, descrive Tyrannosaurus con un dettaglio che nessun paleoartista sarà mai in grado di rendere. Quella stringa, infatti, ci dice moltissimo su Tyrannosaurus: forma e proporzione delle parti del suo scheletro, posizione e relazioni tra ossa, processi muscolari, recessi pneumatici. Nessuna rappresentazione di Tyrannosaurus può includere contemporaneamente così tanta informazione in così poco spazio. Forse, un grande atlante osteologico di Tyrannosaurus potrebbe superare quella stringa in qualità di informazione, ma richiederebbe molte immagini, ed uno spazio informazionale (ad esempio, esprimibile in bit) molto maggiore della stringa qui sopra (che invece richiede solamente 1.5 kbytes). Anche sommando alla stringa la lista dei caratteri, non si va oltre i 240 kbytes, un valore inferiore a quello di una qualsiasi immagine a discreta risoluzione.
Come un musicista è in grado di comprendere lo spartito e di pensare la musica nella sua mente, senza il bisogno di ascoltare la melodia, così il paleontologo è in grado di comprendere la stringa di istruzioni e pensare Tyrannosaurus nella sua mente, senza bisogno di vedere l'animale. Ovviamente, in ambo i casi ciò è possibile solo dopo molti anni di esperienza e conoscenza, studio e allenamento della mente. Ma vi assicuro che è possibile, e permette di “vedere” i dinosauri in una dimensione irraggiungibile dall'occhio, quindi negata alla paleoarte.

18 agosto 2014

Pillola rossa, pillola blu

L'imprinting è il noto fenomeno etologico per cui i piccoli di varie specie (l'esempio classico sono gli anatroccoli) si legano affettivamente al primo oggetto in movimento che vedono alla nascita. Dato che, nella maggioranza dei casi (e, sopratutto, in quelli in cui il neonato ha qualche speranza di sopravvivere) tale “primo oggetto” è la madre, l'imprinting è un adattamento per instaurare in modo duraturo un legame vantaggioso tra genitore e prole.
L'imprinting è un comportamento istintivo, un programma relativamente semplice ed automatico, plasmato in virtù della sopravvivenza che conferiva agli individui che ne erano dotati.
Dato che è un comportamento “automatico”, l'imprinting è ottuso e stupido. Difatti, se prima della schiusa alla madre biologica sostituite un surrogato di qualunque tipo, i piccoli associeranno il concetto di “madre” al surrogato. La scena degli anatroccoli che seguono Konrad Lorenz come fosse la loro madre può risultare simpatica. Un po' più patetica, perché più evidente nel mostrare l'ottusità del programma automatico celato nell'imprinting, è la scena di un anatroccolo che considera un pezzo di legno colorato come la propria madre. Eppure, in tutti e tre i casi (con mamma anatra, con Konrad Lorenz, con il pezzo di legno) l'anatroccolo sta eseguendo il medesimo programma automatico presente nel suo giovane cervello.
Noi esseri umani siamo ovviamente più raffinati ed avanzati degli anatroccoli. Infatti, i cervelli dei nostri giovani non sono così ottusi e automatici, e non associano ad un pezzo di legno il concetto di madre. Eppure, nemmeno il potente cervello di Homo sapiens è immune dall'imprinting e dalle ottuse trappole del gretto automatismo comportamentale.
Prendete il seguente caso.
Poco dopo la nascita, il cervello del giovane Homo sapiens è immerso in un sistema di informazioni, unico nel regno animale, che tende ad associare a quasi ogni fenomeno percepibile una serie arbitraria di suoni. Li chiamiamo “nomi”. Il sistema è evidentemente un qualche adattamento tipico della specie umana. La straordinaria capacità dei piccoli di Homo sapiens di apprendere nuove parole è infatti molto simile all'imprinting degli anatroccoli: in ambo i casi, avviene nella primissima infanzia e in ambo i casi plasma in modo molto forte il comportamento futuro dell'individuo. Anche se la capacità di apprendere nuove parole persiste per tutta la vita, una volta superato quel breve momento dell'infanzia, diventa molto difficile imparare una nuova lingua, se non al prezzo di un duro esercizio di apprendimento. C'è qualcosa, nel cervello del bambino piccolo, che lo rende idoneo ad imparare una lingua, ad associare in modo automatico una parola ad un fenomeno. E non solo fenomeni, ma anche – e sopratutto – dei concetti. Il cervello umano impara quasi subito a legare a innumerevoli astrazioni una precisa parola. Il cervello umano, difatti, per non sovraccaricare rapidamente, ha la tendenza a categorizzare: crea “generalizzazioni” in cui inserire numerosi fenomeni distinti, generalizazioni alle quali, più che a quei fenomeni singoli, sarà associato un nome.
E così, oltre a “mamma” (nome dell'oggetto semovente che fornisce al cervello la maggioranza del nutrimento e della protezione), oltre a “papà” (nome dell'oggetto semovente che, per motivi ignoti, tende a disturbare il lavoro dell'oggetto semovente che fornisce al cervello la maggioranza del nutrimento e della protezione), esiste anche “cibo”, “protezione”, “oggetto semovente”, concetti che si associano a innumerevoli fenomeni in virtù di qualche loro caratteristica ricorrente. L'uso di queste categorie è sicuramente utile, dato che, generalmente, molti di questi oggetti non sono sempre presenti, ed occorre avere in memoria una qualche rappresentazione semplice (una sommaria descrizione, a sua volta basata su altre semplificazioni) di questi fenomeni, rappresentazione da ri-utilizzare ogni qualvolta quel fenomeno si presenta nuovamente. Sarebbe poco adattativo dover imparare ogni volta quale oggetto sia “papà”: meglio avere il concetto chiaro e distinto nel cervello, da applicare ogni qualvolta appaia un oggetto semovente che, per motivi ignoti, tende a disturbare il lavoro dell'oggetto semovente che fornisce al cervello la maggioranza del nutrimento e della protezione.
Di tutti gli oggetti che il cervello del giovane Homo sapiens tende ad avere un'esperienza ricorrente e persistente, ne esiste uno particolare, che, per motivi ignoti, non esce mai dal campo percettivo del cervello: a posteriori, esso è chiamato “il corpo in cui è incluso il cervello”. E come ogni altro fenomeno, a quell'oggetto viene associato un nome, un nome che il cervello impara rapidamente a ricordare, e che altrettanto rapidamente entra nel sistema di simulazioni e rappresentazioni che il cervello elabora per produrre reazioni idonee a sopravvivere: “io”. “Io” e la sua famiglia di concetti associati: “me”, “mio”.
Data la complessità della sua struttura, pare che il cervello umano (e quello di molti altri animali suoi parenti più o meno lontani) sia vincolato ad un periodico processo di disconnessione automatica, ottenuta auto-inducendo lo stato di coma. Non è chiaro se ciò sia necessario alla fisiologia del cervello o sia solamente un vincolo storico di tempi più letargici, sta di fatto che è così: praticamente ogni giorno nella vita di un Homo sapiens, questi va in coma per qualche ora. Questo bizzarro programma comportamentale, detto “sonno”, rende il sistema percettivo umano temporaneamente inattivo. Senza le categorie conservate in memoria, ogni riavvio del sistema dopo la fase di sonno riporterebbe il cervello allo stadio iniziale di assenza di concetti, un'eventualità chiaramente poco adattativa per animali immersi in un mondo informazionale “reale” quanto quello fisico. Pertanto, è probabile che non possa esistere il sonno senza un archivio di concetti abbastanza ampio e articolato. (E, di consequenza, che gli animali privi del sonno siano privi di un sistema rappresentazionale sufficientemente complesso).
Nonostante il valore adattativo della maggioranza delle categorie prodotte e conservate dal cervello, tutte queste sono un'approssimazione grossolana qualora siano analizzate nel dettaglio.
Ad esempio, alla scala molecolare ed atomica, “mamma” come la osservo oggi non è lo stesso oggetto che osservavo nel 1980: tutti gli atomi del corpo chiamato “mamma nel 1980” sono diversi da quelli del corpo chiamato “mamma nel 2014”. Quindi, sono due oggetti o è il medesimo? Dal punto di vista fisico, sono due oggetti distinti, ma la grossolanità del sistema percettivo fa sì che il cervello associ il medesimo nome a quei due oggetti distinti. Ciò avviene anche perché nel cervello esiste un concetto, molto potente, che funge da criterio organizzatore delle informazioni in memoria: il concetto di “tempo”. Solo l'applicazione del concetto di “tempo” fa sì che innumerevoli memorizzazioni distinte siano categorizzate nel medesimo archivio, quindi associate ad un medesimo termine, e, di conseguenza, siano credute essere “una stessa cosa”. La memoria rende due oggetti distinti, formati da atomi differenti, “la stessa cosa”. La memoria rende, quindi, le persone delle “persone”. Non la fisica, né la chimica, né la biologia attuale dei corpi ai quali, in ogni momento, associamo il “nome della persona”.
(Se questa conclusione può sembrarvi assurda, allora perché ad una persona che, improvvisamente, “sia cambiata” e non corrisponda più al concetto presente nel cervello, diciamo che “non sei più tu?”).

Tornando all'imprinting, immaginate ora un giovanissimo cervello di Homo sapiens al quale, fin dalla nascita, sia ripetuto continuamente che il corpo nel quale è incluso sia un qualcosa di stabile, immutabile, sia un oggetto invariante e immodificabile. Né più né meno del pezzo di legno al quale il cervello dell'anatroccolo associa il concetto di “madre”, il cervello del giovane umano si fisserà su quel feticcio concettuale. Continuamente, verrà addestrato ad usare il termine “io”, il concetto di “sé”, il valore di “individuo”, il progetto di una “personalità”, sempre associato ad una rappresentazione grossolana relativa ad un corpo che, invece di essere invariante ed immutabile, cambia continuamente. Per tutta la vita, quel cervello si illuderà dell'esistenza di un “sé” che – invano – cercherà di trovare dentro il corpo che alloggia il cervello, e, al pari del papero che per tutta la vita tenta di accoppiarsi con un pezzo di legno, plasmerà il proprio comportamento in base a quell'imprinting. A rendere tutto ancora più paradossale, è il fatto che anche il cervello stesso non sarà più “lo stesso”: l'illusione data dalla memoria, il processo di archiviazione e copiatura periodica dei concetti, crea difatti anche l'illusione che il “cervello nel 1980” sia il medesimo “cervello nel 2014”. Eppure, a livello fondamentale, quel “io” non esiste dentro il corpo dell'Homo sapiens, così come una “madre” non esiste nel pezzo di legno dell'anatra. Tuttavia, in ambo i casi, la costrizione comportamentale sarà tanto pervasiva da non poter essere evitata nemmeno nel caso (solamente umano) in cui tale finzione sia scoperta. Il sistema di istruzioni programmate, di cause ed effetti, di valori e disvalori, generati dal e conseguenti al feticcio “io” è così forte, permea l'esistenza in modo così penetrante che (anche in questo momento in cui scrivo e voi leggete) è impossibile non farne riferimento per parlarne.
Non si esce dal proprio imprinting.
Non c'è pillola rossa né pillola blu.