30 ottobre 2012

Carcharodontosaurus iguidensis è un Carcharodontosaurus?

La serie di comparazioni necessarie a validare Sauroniops mi ha fornito spunti interessanti per quel che riguarda un altro carcharodontosauridae africano, Carcharodontosaurus iguidensis.
Partiamo dai dati: Brusatte e Sereno (2007).
Carcharodontosaurus iguidensis è basato su una serie di esemplari distinti.
  1. Un mascellare, che costituisce l'olotipo: MNN IGU2.
  2. La parte posteriore di un tetto cranico comprendente parte del neurocranio: MNN IGU3.
  3. Un frammento di lacrimale: MNN IGU4.
  4. Un frammento di dentale: MNN IGU5.
  5. Alcuni denti:  MNN IGU6-10.
  6. Un centro cervicale: MNN IGU11.
Come notano Brusatte e Sereno (2007), questi esemplari non costituiscono un singolo individuo, dato che il mascellare olotipico MNN IGU2 è stato scoperto separatamente dal resto degli esemplari, i quali furono rinvenuti in un'area di circa  50 metri quadri posta a circa 3 km dal mascellare. Inoltre, la vertebra MNN IGU11 mostra un grado di ossificazione minore del neurocranio MNN IGU3.
Pertanto, è probabile che questi esemplari derivino da almeno 3 individui a differenti stadi di crescita.
Sono attribuibili allo stesso taxon (ovvero, la specie Carcharodontosaurus iguidensis)?

29 ottobre 2012

Sauroniops, Sauronisops o Sauronwaops?

So che questo sarà probabilmente il post più nerd della mia vita...

La parola Sauroniops è formata da due parti: Sauroni-, contrazione di Sauronis, che a sua volta è il genitivo singolare (terza declinazione) di "Sauron, -is", forma latinizzata del nome quenya Sauron; e da -ops, forma latinizzata del nome greco che può essere tradotto sia come "volto" che come "occhio, vista".
Avrei potuto coniare il termine Sauronisops, ma risultava poco pratico da pronunciare, quindi ho optato per la contrazione di Sauronis in Sauroni-.
In ogni caso, l'alternativa sarebbe stata di usare direttamente il termine quenya Sauronwa, il possessivo singolare ("di Sauron") assieme al suffisso -ops, producendo un ancor pessimo "Sauronwaops".

Siete liberi di dissentire e di demonizzarmi.

In ogni caso, spero che gli attacchi a Sauroniops siano sulla sua validità scientifica e non tanto sulla sua natura etimologica, che, in quanto mero arbitrio linguistico su un nome fittizio da una lingua immaginaria, è sicuramente secondario, per quanto affascinante (almeno per chi è nerd fino al punto di battezzare un taxon onorando Tolkien).

Prossimamente, discuterò del tema probabilmente più profondo e importante dell'intera disciplina theropodologia mondiale: Sauroniops è sinonimo di Sigilmassasaurus?

28 ottobre 2012

Sauroniops pachytholus (Cau, Dalla Vecchia e Fabbri 2012b): il Carcharodontosauridae "abelisauro-mimo"

Due diverse immagini di MPM 2594, in vista anterolaterale e anteriore, che permettono di visualizzare le sue caratteristiche distintive. Nei disegni in basso, l'area grigia indica la superficie dorsale, l'area grigio scuro la "cupola".

Devo scusarmi con i miei lettori: in un precedente post non sono stato sincero al 100%. Nel post in cui chiedevo ai lettori, come mero gioco, di proporre un nome per MPM 2594, ho omesso un piccolo dettaglio non marginale: quello stesso giorno avevo ricevuto la conferma dall'editor di Gondwana Research che un mio nuovo articolo, avente come coautori Fabio Dalla Vecchia e Matteo Fabbri, era stato accettato per la pubblicazione (Cau et al. 2012b). Il legame tra quel post e quell'articolo è che esso, tra le altre cose, istituisce proprio il nome ufficiale per MPM 2594. 
Nell'articolo, che da oggi è disponibile in versione online, abbiamo rivalutato MPM 2594, lo abbiamo confrontato in dettaglio con tutti i carcharodontosauridi per i quali esistessero dati relativi al frontale, abbiamo aggiornato l'analisi filogenetica che ne testava le affinità, e sulla base di questi risultati, ben più robusti che nel primo studio, abbiamo istituito un nuovo genere e specie di theropode, battezzato Sauroniops pachytholus*, letteralmente: "L'Occhio di Sauron" - dall'omonimo personaggio della famosissima trilogia di J.R.R. Tolkien (1892-1973), che condivide con MPM 2594 il fatto di manifestarsi "fisicamente" solo come una minacciosa regione orbitale - e "spessa cupola", dal carattere più distintivo del fossile, discusso sotto.

*L'articolo online presenta al suo interno un atto nomenclaturale che sancise la conformità alle recenti disposizioni del ICZN sulla pubblicazione elettronica di nuovi taxa; quindi Sauroniops pachytholus è già valido senza attendere la pubblicazione cartacea.


Cautela sui rachidi ornithomimidi

Nel precedente post sulla scoperta di piumaggio in Ornithomimidae, non mi sono soffermato su una comparazione doverosa. I presunti "rachidi" delle "remiganti" sull'avambraccio dell'esemplare adulto di Ornithomimus potrebbero essere omologhi agli EBFFs di Beipiaosaurus, piuttosto che vere penne remiganti da maniraptoro derivato. In effetti, tale ipotesi è maggiormente congruente con la distribuzione degli EBFFs. Fino a che non saranno evidenti delle penne con rachide e vessillo "derivato", io preferisco questa interpretazione. La ricostruzione delle "penne" negli ornithomimidi adulti che, probabilmente, a breve invaderà il pianeta paleoartistico, potrebbe quindi essere una immagine eccessivamente speculativa.

Bibliografia:
Xu X., Zheng X. & You H., 2009 - A new feather type in a nonavian theropod and the early evolution of feathers. Proc. of the National Academy of Sciences 106: 832-834.
Darla K. Zelenitsky, François Therrien, Gregory M. Erickson, Christopher L. DeBuhr, Yoshitsugu Kobayashi, David A. Eberth, and Frank Hadfield (2012) Feathered Non-Avian Dinosaurs from North America Provide Insight into Wing Origins. Science 338(6106): 510-514.

26 ottobre 2012

Coming Soon...

C'è chi pensa a Lady Gaga, e poi ci sono altri.

25 ottobre 2012

Finalmente! Ornithomimidi piumati!

Alla fine, il rumor che circolava da tempo si è dimostrato vero! Da almeno un anno, ero a conoscenza di una notizia che circolava tra gli addetti ai lavori, la storia di una "riscoperta" collegata agli ornithomimidi... Oggi questo rumor è ufficialmente confermato.
Zelenitsky et al. (2012) descrivono 3 esemplari di Ornithomimus, a differenti stadi di crescita, dal Cretacico Superiore del Canada, i quali presentano le prime evidenze dirette di piumaggio in Ornithomimosauria.
La presenza di strutture filamentose in Ornithomimosauria era una conseguenza implicita della loro posizione filogenetica, dato che questo clade ha come successivi sister-taxa dei cladi piumati (Maniraptora, Compsognathidae, Tyrannosauroidea). Tuttavia, questa inferenza filogenetica non aveva ancora prove dirette. Il risultato inatteso è che, oltre ai filamenti "proto-piumosi", dedotti dalla posizione coelurosauriana, almeno un esemplare di Ornithomimus, per la precisione quello adulto, mostra tracce di vere e proprie penne munite di un lungo rachide cavo internamente! Finora, questo tipo complesso di piumaggio era noto solamente nei Maniraptora derivati (Paraves e Oviraptorosauria), e pareva quindi non presente in un non-maniraptoro come Ornithomimus. L'implicazione più interessante di questa scoperta è che con essa cade definitivamente l'ultimo piccolo ed ottuso bastione del BAND: il MANIAC, che sosteneva che i maniraptori non fossero dinosauri bensì uccelli (e gli uccelli non fossero dinosauri), e che le penne "vere" fossero solamente negli uccelli (inclusi i maniraptori) mentre le "proto-piume" non sarebbero state (sempre secondo i fautori del BAND) delle prove di piumaggio reale. Il BAND-MANIAC quindi sosteneva l'assenza di "vere penne" in un non-maniraptoro! Quindi, se ora abbiamo "vere" penne in un Ornithomimosauro, ovvero un non-Maniraptora, allora il BAND è falsificato definitivamente anche nella sua versione degenerata-maniacale!
Questa nuova scoperta abbatte anche altri "dogmi" che parevano consolidati: finalmente abbiamo dinosauri non-aviani piumati fuori dalla Cina; finalmente abbiamo dinosauri piumati scoperti nel Cretacico Superiore; finalmente abbiamo tracce di piumaggio in depositi fluviali e non solo nei "classici" depositi lacustri come quelli cinesi. Ciò significa che, in teoria, è perfettamente possibile rinvenire tracce di piumaggio nella maggioranza dei dinosauri fossili (spesso fossilizzati in depositi fluviali), e non solo nelle rare condizioni di fossilizzazione tipiche dei famosi fossili cinesi.  In effetti, è possibile che persino dei fossili già noti preservino tracce di piumaggio, ma che non siano stati osservati con il giusto criterio: infatti, uno dei tre ornithomimidi oggetto di questo studio fu scoperto nel 1995, ma "sottovalutato" per 15 anni, proprio perché le tracce filamentose associate non erano allora considerate come piumaggio. Può persino essere che molti fossili piumati siano stati distrutti nel processo di preparazione dei fossili, proprio perché non si sapeva che le tracce associate nel sedimento erano prodotte dal piumaggio. Ora sappiamo cosa dobbiamo cercare e sicuramente presteremo maggiore attenzione durante la preparazione dei fossili.
Infine, è interessante notare che solamente l'esemplare adulto presenta tracce di lunghe piume nell'arto anteriore, mentre esse non sono presenti nell'esemplare più giovane (il terzo esemplare non presenta resti degli arti anteriori). Ciò suggerische che il lungo piumaggio negli arti anteriori fosse, almeno per gli ornithomimidi, un carattere degli adulti, forse legato alla cova o al corteggiamento. Anche questo fatto smentisce l'ipotesi di coloro che hanno sostenuto che il piumaggio in un grande theropode si perderebbe nell'adulto: i fossili dicono il contrario; il piumaggio era presente sia nei giovani che negli adulti, e negli adulti diventava più elaborato e vistoso!

Bibliografia:
Darla K. Zelenitsky, François Therrien, Gregory M. Erickson, Christopher L. DeBuhr, Yoshitsugu Kobayashi, David A. Eberth, and Frank Hadfield (2012) Feathered Non-Avian Dinosaurs from North America Provide Insight into Wing Origins. Science 338(6106): 510-514.

24 ottobre 2012

Alnashetri cerropoliciensis (Makovichy et al. 2012)

Secondo nuovo theropode della settimana!
Io sono di parte nel decantare le lodi dei theropodi gondwaniani del Cenomaniano.
Oltre alla nota super-fauna nordafricana, il Cenomaniano del Gondwana ha una onorevole schiera di theropodi patagonici, che in questi anni sta crescendo grazie alle intense attività di ricerca dei team argentini ed internazionali. Un nuovo membro della serie cenomaniana patagonica è stato istituito in questi giorni.
Makovicky et al. (2012) descrivono un theropode parzialmente conservato (femore frammentario, tibia quasi completa e parte del piede) dalla Formazione Candeleros (la stessa di Buitreraptor) ed istituiscono Alnashetri cerropolicensis.
Questo nuovo theropode è relativamente piccolo e gracile, con una lunghezza totale che non doveva superare il metro e mezzo (se non meno). Alnashetri è diagnosticabile da una lunga cresta prossimodistale sul margine laterodistale della tibia e da fossette collaterali delle falangi del piede. Nella morfologia generale, Alnashetri è coelurosauriano (processo ascendente ampio e lungo, con fossa alla base, terzo metatarsale relativamente gracile prossimalmente), e presenta alcune sinapomorfie alvarezsauridi nell'astragalo, che inducono Makovicky et al. (2012) a riferirlo a tale clade. Se ciò fosse confermato, sarebbe quindi il più antico Alvarezsauridae gondwaniano noto. Sebbene io concordi sulle somiglianze alvarezsauridi, è interessante notare che questo nuovo theropode abbia anche alcuni caratteri paraviani e aviali (presenza di creste posterodistali sui margini laterale e mediale della tibia, limitata espasione mediolaterale della tibia, terzo metatarsale con solco estensorio distale marcato, falangi distali del piede relativamente allugate, tubercolo flessorio dell'ungueale del piede marcato).
Megamatrice colloca Alnashetri in Alvarezsauroidea, ma più basale rispetto alla posizione suggerita da Makovicky et al. (2012), esterno ad Alvarezsauridae sensu stricto, e persino più basale di Haplocheirus. L'antichità di questo nuovo taxon rispetto agli altri alvarezsauroidi patagonici sarebbe quindi confermata dalla posizione filogenetica. Curiosamente, l'ingresso del nuovo alvarezsauroide ha spostato Kinnareemimus fuori da Ornithomimosauria, riposizionandolo in Alvarezsauroidea: ciò implicherebbe un secondo alvarezsauroide basale asiatico, dopo Haplocheirus.

Nota tassonomica interessante e che meriterebbe approfondimento: Makovicky et al. (2012) considerano Achillesaurus un sinonimo di Alvarezsaurus, per la precisione basato su un esemplare adulto (l'olotipo di Alvarezsaurus è immaturo): attualmente, Megamatrice non supporta tale ipotesi.

Ringrazio Alessandro Chiarenza per la segnalazione.

Bibliografia:
Peter J. Makovicky, Sebastián Apesteguía, and Federico A. Gianechini (2012). A New Coelurosaurian Theropod from the La Buitrera Fossil Locality of Río Negro, Argentina. Fieldiana Life and Earth Sciences 5:90-98.

23 ottobre 2012

Un nuovo ceratosauro europeo!

Sánchez-Hernández e Benton (in press) descrivono i resti frammentari di un theropode di taglia medio-piccola dalla Formazione Camarillas, del Cretacico Inferiore (Barremiano) della Spagna. Il theropode di Camarillas è rappresentato da un dente (ammesso che non derivi da un saprofago che consumò la carcassa), alcune vertebre presacrali, i centri sinsacrali, alcune vertebre caudali, lo sterno, parte dello scapolocoracoide e la parte prossimale della tibia.
Il dente presenta la parti adiacenti alle carene che sono appiattite, dando alla sezione del dente una forma caratteristica che ricorda i denti dei neoceratosauri. Le vertebre presacrali non mostrano forami pneumatici, ma basse fosse. Il canale neurale è ampio. Le fosse prespinali sono profonde. Il sinsacro presenta 6 vertebre. Le caudali mostrano robuste spine neurali relativamente alte. La scapola appare robusta. Il coracoide presenta un ridotto processo prossimoventrale. La tibia ha una superficie prossimale lunga il doppio dell'ampiezza, ed ha una cresta cnemiale moderatamente sviluppata che presenta una fossa laterale. La combinazione di questi caratteri suggerisce che il theropode di Camarillas sia un Ceratosauria basale, ipotesi supportata anche da Sánchez-Hernández e Benton (in press) .
In Megamatrice, il theropode di Camarillas è codificabile per 62 caratteri: l'analisi lo colloca in un nuovo clade alla base di Abelisauroidea, assieme agli enigmatici Chuandongocoelurus e Austrocheirus. Pertanto, se questo risultato fosse confermato, esso colmerebbe il grande vuoto temporale tra quei due theropodi (il primo del Giurassico Medio, il secondo del Cretacico Superiore), ed indicherebbe la persistenza per buona parte del Mesozoico di un clade di abelisauroidi basali, finora sconosciuto.


Bibliografia:
Sánchez-Hernández, B. and Benton, M.J. In press. Filling the ceratosaur gap: A new ceratosaurian theropod from the Early Cretaceous of Spain. Acta Palaeontologica Polonica http://dx.doi.org/10.4202/app.2011.0144

21 ottobre 2012

Wringles

Risultato di una mezz'ora annoiata...
Solo i super-secchioni theropodologici possono capire al volo questa vignetta.

19 ottobre 2012

Shengjingornis è un longipterygide?

Non sarebbe meraviglioso avere una bonebed ad aviali basali vicino casa? Una pletora di mitici uccellini mesozoici perfettamente conservati, sarebbe - almeno per me - una vera manna.
Purtroppo, pare che per ora tutto ciò accada solo in Cina, e la Cina è molto lontana... Lontana e incredibilmente prolifica per chi, come me, è avido di informazioni sull'evoluzione degli uccelli mesozoici. 
Un nuovo tassello del mosaico è pubblicato in questi giorni.
Li et al. (2012) descrivono un nuovo Avialae dalla Formazione Jiufotang: Shengjingornis yangi. Si tratta di un enantiornite di dimensioni medio-grandi (della taglia di un piccione) diagnosticabile per la presenza di un ipocleido della furcula che si espande distalmente (il resto dei caratteri elencati nella diagnosi è ampiamente distribuito tra gli enantiorniti). Questo nuovo enantiornite è a mio avviso molto interessante perché pare mostrare un rostro con un grado di allungamento intermedio tra quello della maggioranza degli enantiorniti ed i longipterygidi. Se ciò fosse indicativo di una condizione basale di questo nuovo theropode lungo la linea Longipterygidae, potrebbe dare indicazioni sull'evoluzione di questa interessante specializzazione ecologica. Alternativamente, se non è basale rispetto agli altri longipterygidi, esso aumenta la disparità morfologica del gruppo, e quindi il successo del clade. L'apparente curvatura ventrale del rostro pare in effetti suggerire una qualche specializzazione trofica. In assenza di indicazioni univoche sullo stato ontogenetico dell'esemplare, va detto che non si può escludere che le proporzioni del rostro siano indicative di immaturità (si presume che alla nascita un longipterygide non mostrasse un rostro proporzionalmente allungato come nell'adulto).
Li et al. (2012) collocano Shengjingornis in Longipterygidae, sister-taxon di Longirostravis. Megamatrice invece non colloca questo nuovo taxon in Longipterygidae, bensì sister-taxon di Jibeinia. Questo risultato è basato su tre reversioni, quindi va preso cum grano salis: è possibile che future iterazioni dell'analisi collochino Shengjingornis in Longipterygidae. Al tempo stesso, questo risultato potrebbe indicare che la condizione longirostrina si è evoluta più di una volta dentro Enantiornithes.

Ringrazio Lukas Panzarin per avermi inviato una copia di Li et al. (2012).



Bibliografia:

Li, L., Wang, J.–Q. And Hou S.–H. (2012). A new enantiornithine bird from the Lower Cretaceous Jiufotang Formation in Jinzhou Area, Western Liaoning Province, China. Acta Geologica Sinica 86(5): 1039–1044.

17 ottobre 2012

Anticipazioni (Meeting SVP e altro)

Questa è la settimana del 72simo Meeting del SVP.
Dato che c'è l'embargo, non parlerò dei numerosi ed interessanti interventi e poster a tema theropodologico (o dinosaurologico), anche se alcuni sono già in fase di pubblicazione ufficiale. Quando sarà il momento ne parlerò.
Sebbene non sarò presente fisicamente al Meeting SVP in North Carolina, sono coautore di un poster molto interessante che sarà esposto durante una delle sessioni del Meeting, il prossimo venerdì. Sì, parla di dinosauri. Non posso dire altro, per ora.
Intanto, proseguono le mie attività di ricerca, fintanto che ci sarà qualcosa da fare... Domani sarò impegnato con un esemplare del quale finora ho parlato molto poco. Si tratta di qualcosa di grosso, qualcosa che così grosso non si era ancora visto nella nostra penisola. Non solo come dimensioni, ma anche come spettacolarità. Sarà un altro importante tassello della Rinascita Paleontologica Italiana. Anche in questo caso, abbiate pazienza: stiamo lavorando per voi.
Intanto, se tutto andrà secondo programma, entro fine mese potrò finalmente annunciare, in anteprima assoluta su Theropoda, il nome di un nuovo...
 ...non voglio rovinarvi la sorpresa.
Restate in linea!

14 ottobre 2012

Predator : x = Pliosaurus : funkei

Dimensioni stimate dell'adulto di Pliosaurus funkei (in colore, le parti preservate: rosso, complete; blu, parziali). (Modificato da Knutsen 2012).
Non sappiamo quale aspetto avessero i Giganti di Ghiaccio abbattuti da Odino. Forse, erano pliosauridi.
Tra il 2004 ed il 2011, una serie di campagne di scavo organizzate nelle remote Spitsbergen, nel circolo polare norvegese, ha rinvenuto una spettacolare concentrazione di fossili dalla Formazione Agardhfjellet, datata tra la fine del Giurassico e l'inizio del Cretacico. Tra questi, una ricca fauna a plesiosauroidi, pliosauroidi e ittiosauri, alcuni in straordinario stato di conservazione. Le informazioni preliminari su questi fossili, come spesso accade nei nostri tempi avidi di sensazionalismo, hanno generato uno dei soprannomi giornalistici più pacchiani e grossolani possibili, il fantomatico "Predator X", un presuno pliosauride gigante. Come è mia prassi, ho preferito non commentare questi rumors, in attesa delle pubblicazioni ufficiali.
In questi giorni, un volume speciale del Norwegian Journal of Geology pubblica i risultati dello studio di questi fossili (elencati in bibliografia). La ricchezza della fauna polare a rettili marini tardo-giurassici norvegesi è rappresentata da due nuovi generi di plesiosauri (Spitrasaurus e Djupedalia), due ittiosauri (Cryopterygius e Palvennia) e da una nuova specie del genere Pliosaurus, P. funkei.
Pliosaurus funkei è proprio il fantomatico "predatore variabile indipendente", ed anche se non raggiunge le dimensioni kilometriche sparate a zero da vari siti e riviste divulgative, esso è comunque nel range di dimensioni dei più grandi pliosauroidi noti: nonostante sia basato su frammenti, il cranio di questo rettile è stimabile attorno ai 3 metri di lunghezza, mentre omero e coracoide sono lunghi oltre un metro. Si tratta quindi di un animale colossale, lungo almeno 11 metri, e con una possibile massa nell'ordine delle 10t. 
Se si considera che le dimensioni generalmente attribuite al pliosauride Liopleurodon sono vistosamente esagerate, è plausibile che questo nuovo pliosauride sia il più grande predatore del Giurassico.

Bibliografia:
Jørn H. Hurum, Hans A. Nakrem, Øyvind Hammer, Espen M. Knutsen, Patrick S. Druckenmiller, Krzysztof Hryniewicz & Linn K. Novis (2012) An Arctic Lagerstätte – the Slottsmøya Member of the Agardhfjellet Formation (Upper Jurassic – Lower Cretaceous) of Spitsbergen. Norwegian Journal of Geology 92 (2-3): 55-64.
Espen M. Knutsen, Patrick S. Druckenmiller & Jørn H. Hurum (2012) Redescription and taxonomic clarification of 'Tricleidus' svalbardensis based on new material from the Agardhfjellet Formation (Middle Volgian). Norwegian Journal of Geology 92 (2-3): 175-186.
Espen M. Knutsen, Patrick S. Druckenmiller & Jørn H. Hurum (2012) Two new species of long-necked plesiosaurians (Reptilia: Sauropterygia) from the Upper Jurassic (Middle Volgian) Agardhfjellet Formation of central Spitsbergen. Norwegian Journal of Geology 92 (2-3): 187-212.
Espen M. Knutsen, Patrick S. Druckenmiller & Jørn H. Hurum (2012) A new plesiosauroid (Reptilia: Sauropterygia) from the Agardhfjellet Formation (Middle Volgian) of central Spitsbergen, Norway. Norwegian Journal of Geology 92 (2-3): 213-234.
Espen M. Knutsen, Patrick S. Druckenmiller & Jørn H. Hurum (2012) A new species of Pliosaurus (Sauropterygia: Plesiosauria) from the Middle Volgian of central Spitsbergen, Norway. Norwegian Journal of Geology 92 (2-3): 235-258.
Espen M. Knutsen (2012) A taxonomic revision of the genus Pliosaurus (Owen, 1841a) Owen, 1841b. Norwegian Journal of Geology 92 (2-3): 259-276.
Patrick S. Druckenmiller & Espen M. Knutsen (2012) Phylogenetic relationships of Upper Jurassic (Middle Volgian) plesiosaurians (Reptilia: Sauropterygia) from the Agardhfjellet Formation of central Spitsbergen, Norway. Norwegian Journal of Geology 92 (2-3): 277-­284.
Lene Liebe & Jørn Harald Hurum (2012) Gross internal structure and microstructure of plesiosaur limb bones from the Late Jurassic, central Spitsbergen. Norwegian Journal of Geology 92 (2-3): 285-309.
 

Ultraraptor

Sì: disponibile via internet. No: non vale come pubblicazione scientifica
La rete mondiale di Internet è stata una delle più grandi rivoluzioni nell'evoluzione della comunicazione umana. Oggi, in tempo reale, è possibile comunicare, scambiare informazione ed accedere a documenti da tutto il mondo, ed in modo spesso molto rapido ed informale. La rete ha permesso quindi una positiva accelerazione della comunicazione scientifica, ed ha permesso anche a persone che non rientravano nei canali tradizionali della diffusione del sapere di accedere a questo tesoro comune. Tuttavia, la rete ha anche abbattuto un filtro molto importante e basilare per la scienza: la selezione delle informazioni in base al loro effettivo merito. Anzi, proprio perché la rete ha reso non-necessario il tradizionale rapporto diretto tra interlocutori (che persisteva anche nelle lettere cartacee, in cui comunque era fondamentale identificarsi e rendersi meritevoli di ascolto), oggi chiunque, in qualunque contesto, può manifestarsi e proporre la propria opinione, persino in ambiti dove tale opinione sarebbe naturalmente rifiutata. Non voglio apparire più snob e intollerante di quanto io giustamente sia, ma è bene ricordare che nelle scienze non esiste la democrazia: ciò che conta è la testabilità delle opinioni, non la loro popolarità o gradevolezza. Pertanto, non è sufficiente avere un'idea per dichiararla meritevole di ascolto, ma occorre anche fornire evidenze ripetibili a supporto della propria idea.
Questo è il motivo per cui sono così accanito, quasi feroce, verso le opinioni naive che circolano in rete a proposito di dinosauri. Sia chiaro, anche io ogni tanto propongo ipotesi bizzarre, ma perlomeno tento di fornire evidenze in sostegno delle mie ipotesi. 
Tuttavia, devo soccombere di fronte all'esercito dei "paleontologi fai da te" che occupa la rete, propugnatori di idee più o meno bislacche, ridicole, ingenue, stupide o semplicemente insensate. Colui che probabilmente eleggerò a olotipo di questa categoria, se non altro perché risale ai tempi in cui Internet non era ancora massicciamente pervasiva nelle nostre vite, è questo commentatore sulla Dinosaur Mailing List del 1999, del quale sono venuto a conoscenza solo oggi.
La sua ipotesi di considerare Tyrannosaurus come un dromaeosauride derivato ("raptor", secondo la sua terminologia), di vedere Utahraptor come una forma intermedia tra dromaeosauridi "classici" e Tyrannosaurus, oltre all'idea che il sauropode "Ultrasaurus" (aldilà della validità o meno del nome) sia persistito fino alla fine del Cretacico (e che tutte le evidenze in forma di ossa sarebbero assenti perché mangiate da Tyrannosaurus!), combinata alla finezza del "gene assassino" per le "killing machine" quale sinapomorfia di Tyrannosaurus e "raptors" ("sinapomorfia" è la traduzione personale delle sue parole, ma forse sarebbe meglio considerare la carnivoria come una mera simplesiomorfia di Eumetazoa...), all'appassionata apologia di R. Bakker, ed il finale con un infondabile revisionismo tassonomico in cui Tyrannosaurus verrebbe ribattezzato "Ultraraptor", rendono il brano linkato una perla del più puro pensiero dinomaniacale degli anni '90. 
Oggi, purtroppo, i discendenti degenerati di questo pioniere della insostenibilità teoretica hanno ampiamente invaso la rete, spesso a svantaggio della diffusione e dell'immagine della paleontologia seria.

Per la cronaca, ho testato l'ipotesi di "Ultraraptor" utilizzando l'analisi di Senter et al. (2012): imponendo un clade in cui Tyrannosaurus abbia come successivi sister-taxa Utahraptor ed i restanti Dromaeosauridae inclusi nell'analisi, si ottiene una topologia che è 150 steps più lunga di quella priva di tale imposizione (e in cui Tyrannosaurus è un noioso coelurosauro non-maniraptoro imparentato con Gorgosaurus e altri banali coelurosauri non-raptors), ovvero, tale ipotesi è molto altamente improbabile, cosa che nessuno con un minimo di cultura theropodologica avrebbe dubitato.

12 ottobre 2012

Persistenza e durata del DNA dei dinosauri estinti

"Dal tuo sangue!" (Jurassic Park, 1993)
Nella prima metà degli anni '90 del XX secolo, fece scalpore la pubblicazione di vari studi su riviste scientifiche di alto impatto aventi come tema il sequenziamento di frammenti di materiale genetico estratto da fossili eccezionali, in particolare, conservati in ambra (elencate in bibliografia). L'esemplare più antico, in particolare, era risalente al Cretacico Superiore. Nella migliore tradizione di quei tempi memorabili (per chi si ricorda la gaiezza spensierata dei primi anni '90), il clima culturale, anche spronato da famosi film, pareva pronto ad una nuova era di spettacolari resurrezioni genetiche, una volta migliorate le tecniche per l'estrazione, l'amplificazione e la riparazione del DNA fossile.
In maniera analoga con l'euforia astronautica di 30 anni prima, l'euforia genetica mise i piedi nella concretezza di un mondo più informatico che biotecnologico, e non sfociò in un futuro nel quale ognuno avrebbe portato a spasso il proprio cucciolo di Tyrannosauro.
Numerose critiche teoriche e pratiche sono state sollevate sulla effettiva realizzazione delle estrazioni genetiche oggetto di quegli studi, tutte accomunate dal (dichiarare di) aver estratto frammenti di DNA vecchio di almeno 20 milioni di anni, se non 4 volte più vecchio. In particolare, era ed è incerto quanto a lungo il DNA persista dopo la morte della cellula, e ben pochi sono disposti a scommettere che persista per dozzine di milioni di anni. L'estrema complessità della molecola alla base del genoma di buona parte degli organismi e la relativa fragilità dei legami che tengono assemblato il DNA, oltre che la sua estrema suscettibilità alle variazioni di acidità e temperatura, infatti, sono evidenti limiti alla sua persistenza fuori dal confortevole ambiente dell'interno delle cellule vive.
Paradossalmente, una risposta, probabilmente definitiva, alla abusata domanda se esista ancora DNA di dinosauri estinti, sufficientemente completo per essere riconosciuto come tale, potrebbe essere stata data proprio dall'analisi del tasso di decadimento del DNA di un dinosauro estinto: il saurischio theropode coelurosauro maniraptoro aviale aviano paleognato Dinornis, per gli amici, il Moa, estinto nel tardo Olocene ad opera probabilmente dell'espansione umana in Nuova Zelanda durante l'ultimo millennio.

Allentoft et al. (2012) hanno estratto circa 150 frammenti di materiale genetico da tibiotarsi di moa conservati in sedimenti anossici da una ristretta area neozelandese, datati con il radiocarbonio tra 700 e 8000 anni fa, e hanno comparato l'età dei campioni con il grado di preservazione dei frammenti di DNA. L'analisi ha evidenziato una correlazione tra antichità e completezza dei frammenti: tanto più sono antichi, tanto più i frammenti sono danneggiati, degradati e ridotti come estensione delle basi. Tale correlazione permette di dare una stima del tasso di distruzione del DNA dopo la morte della cellula. In particolare, l'indagine mostra che è altamente improbabile che frammenti di DNA di lunghezza significativa persistano per più di un milione di anni, anche nel caso di condizioni estremamente fortunate come basse temperature ambientali. Il tasso di "dimezzamento" del materiale genetico è infatti nell'ordine delle decine-centinaia di migliaia di anni. Pertanto, come già ipotizzato in passato, è altamente improbabile che i presunti frammenti di DNA vecchi di 20-80 milioni di anni, ed oggetto degli studi menzionati all'inizio del post, siano "genuini", cioè appartengano a cellule così antiche. Molto probabilmente, si tratta di contaminazioni da parte di materiale biologico attuale, probabilmente avvenute durante il campionamento e le analisi dei frammenti, avvenuta in quei primi tempi pioneristici - e ingenuamente ottimisti - dell'indagine del paleoDNA.
Dinornis (Troco)

E così, il DNA di un dinosauro estinto (di recente) ha fatto estinguere il sogno di trovare il DNA di un dinosauro estinto (nel Mesozoico).

Bibliografia:
Woodward, S. R., Weyand, N. J. & Bunnell, M. 1994 DNA-sequence from Cretaceous period bone fragments. Science 266, 1229–1232. (doi:10.1126/science.7973705)
Golenberg, E. M., Giannasi, D. E., Clegg, M. T., Smiley, C. J., Durbin, M., Henderson, D. & Zurawski, G. 1990 Chloroplast DNA-sequence from a Miocene magnolia species. Nature 344, 656–658. (doi:10.1038/344656a0)
Desalle, R., Gatesy, J., Wheeler, W. & Grimaldi, D. 1992 DNA-sequences from a fossil termite in Oligomiocene amber and their phylogenetic implications. Science 257, 1933–1936. (doi:10.1126/science.1411508)
Cano, R. J., Poinar, H. N., Pieniazek, N. J., Acra, A. & Poinar, G. O. 1993 Amplification and sequencing of DNA from a 120–135 million-year-old weevil. Nature 363, 536–538. (doi:10.1038/363536a0)

09 ottobre 2012

Dall'Ambra, predatori sociali del Cretacico

Jurassic Park (1993)
Il monopolio delle tinte ambrate, nonché l'uniformismo culturale post-moderno, si misura anche nella incapacità di andare oltre le rappresentazioni convenzionali.
Il titolo di questo post avrà sicuramente indotto la grandissima maggioranza (se non la totalità) dei lettori a immaginarsi dromaeosauridi clonati di dubbia intelligenza che cacciano in gruppo, come diffusi dalla vulgata popolare hollywoodiana.
Invece, questo post parla di uno studio scientifico, basato su evidenze reali e concrete, non su fantasie, di evidenze dirette a favore di comportamenti predatori sociali nel Cretacico Inferiore, dedotti da materiale organico preservato in ambra fossile.

05 ottobre 2012

Gradini della Scala Naturae

Mi capita di parlare con appassionati di scienze naturali sulla rivoluzione concettuale che sta dietro la "nuova" terminologia filogenetica. Spesso, le discussioni vertono sulla critica, da parte dell'interlocutore, nei confronti delle "riforme terminologiche". Perché dovremmo abbandonare certi nomi tradizionali che usiamo comunque nel linguaggio colloquiale, per usare questi nuovi, astrusi ed apparentemente bizantini termini del linguaggio "cladistico"? Perché non dovremmo continuare a usare la parola "rettile" per i dinosauri del Mesozoico, e lasciare gli uccelli fuori da quel termine? Perché complicarci la vita, perché creare termini astrusi come "dinosauro aviano", "coelurosauro non-aviano", "aviale non-aviano", che sono solo paroloni modaioli ma che di fatto non hanno portato alcuna novità o miglioramento concreto alla disciplina? Dopo tutto, un dinosauro resta un dinosauro, sia che lo chiamiamo "dinosauro" che "stem-Aves".
La risposta è che la rivoluzione terminologica è una conseguenza di una rivoluzione concettuale, e non il contrario. Purtroppo, come spesso accade, le trasformazioni più appariscenti sono quelle secondarie e derivate, non quelle "concrete". E da ciò nasce la risposta "conservatrice" dei mie interlocutori, che criticano la scorza colorata senza vedere l'interno della costruzione.
Per capire il senso del cambiamento concettuale epocale, partiamo dalla differenza tra "Reptilia" tradizionale e "Reptilia" filogenetico (cladistico).
"Reptilia" filogenetico è un clade, ovvero un insieme di specie discendenti da un antenato comune, ricavato da un'indagine di tipo filogenetico, un insieme comprendente tutti i discendenti di quell'antenato, senza arbitrarie definizioni di chi e come debba essere incluso o escluso da quel gruppo.
"Reptilia" tradizionale è un grado, ovvero un insieme di specie imparentate accomunate da una combinazione di caratteristiche scelte in modo arbitrario e dal non presentare altre caratteristiche scartate in modo arbitrario.
Perché "Reptilia" tradizionale sarebbe da evitare? Dopo tutto, i nomi sono comunque categorie arbitarie, forgiate dall'uomo per le sue esigenze di comunicazione: e se quel mix di caratteri usato per stabilire la categoria risponde alle nostre esigenze linguistiche, perché abolirlo?
Il motivo è che le parole sono "vive" ed "attive", almeno nella mente umana. Le parole acquistano potere e possono forgiare le menti, plagiare i modi di vedere e quindi agire come "realtà". Pertanto, una parola non è solamente uno strumento passivo, ma è anche e sopratutto una creatura che interagisce con i suoi simili in quell'ambiente virtuale avente i cervelli umani come hardware. E come un virus informatico fa impallare il computer, un "virus concettuale" può impallare le menti, rendendole inoperative o limitandone le prestazioni. O, peggio, inducendole verso comportamenti negativi.
Torniamo al "Reptilia" tradizionale. Il nome "grado" che definisce proprio le categorie tradizionali, contrapposto a "clade", non è scelto a caso. "Grado", infatti, è etimologicamente e concettualmente legato a "gradino", il quale è una parte di un sistema più ampio, e più chiaramente strutturato, chiamato "scala". Se "Reptilia" tradizionale è accettato come un grado naturale, allora la sua accettazione implica l'accettazione, più o meno inconscia, dell'intera serie dei gradini: la Scala Naturae. 
La Scala Naturae altro non è che la manifestazione tassonomica dell'antropocentrismo e dello sciovinismo insito nella natura umana. La Scala Naturae afferma (e conferma) la superiorità umana in base ad una forzatura interpretativa dei dati. La Scala Naturae è una forma di riduzionismo finalista che colloca ogni forma vivente lungo una singola traiettoria dispiegata linearmente in uno spazio virtuale ed arbitrario ordinato sulla base di una semplice relazione, la quale, fuori dall'ipocrisia, è traducibile come: esiste una "complessità" intrinseca nei viventi la cui misura è data dalla somiglianza con l'uomo. Tanto più una forma è simile all'uomo (meglio se maschio caucasico), tanto più quella forma è in "alto" lungo la Scala Naturae, è "migliore", è "superiore".
Pertanto, la Scala Naturae non è una rappresentazione oggettiva della diversità vivente ma una espressione soggettiva di un desiderio di ordine consolatorio che ci pone all'apice della serie da noi stessi definita. La Scala Natura è quindi una costruzione ideologica, particolarmente violenta (non solo sulle categorie concettuali), perché forza la molteplicità nella linearità.
L'abbandono della Scala Naturae, e quindi di una visione soggettiva della diversità naturale, conduce alla sistematica filogenetica, nella quale la scala viene abbandonata, e quindi i gradini abbandonati, e quindi i Gradi abbandonati.
Questo è il motivo profondo per cui è bene abbandonare la nomenclatura tradizionale gradista (quindi antropocentrista e finalista) per una visione cladista: per liberare noi stessi dalla autoreferente e consolatoria illusione di essere i primi della classe... in base a criteri da noi stessi definiti per risultare tali. In breve, abbattare la Scala (e i gradini che la formano) è un atto fondamentale, anche solo concettuale, per diventare più maturi e responsabili (non solo verso la Natura, ma anche verso noi stessi), qualcosa di cui si ha sempre più bisogno.

03 ottobre 2012

Lucertole coi denti differenti... e mani simili

Ricostruzione in vivo della testa di Heterodontosaurus (da Sereno 2012)

L'attuale versione di Megamatrice, la mia analisi filogenetica dei theropodi Mesozoici, include anche un doveroso corpus di generi di dinosauromorfi non-theropodi il cui scopo è quello di polarizzare nel modo più robusto possibile le trasformazioni delle condizioni nei 1523 caratteri attualmente inclusi. Inoltre, data l'incertezza su quali taxa siano alla base di Theropoda, la radice dell'analisi è stata posta molto in basso (fuori da crown-Archosauria), per non influenzare aprioristicamente la composizione del gruppo oggetto dell'analisi. Nel contingente dei non-theropodi sono presenti 3 generi di ornithischi, a doverosa rappresentanza diplomatica dell'altro lato di Dinosauria. Questi generi sono stati scelti sulla base di criteri quali la completezza morfologica e la posizione prossima alla base di Ornithischia. Attualmente, il contingente ornithischiano include Pisanosaurus, quasi universalmente riconosciuto come il più antico e basale tra gli ornithischi noti, Heterodontosaurus, per la sua quasi completezza e ampia descrizione della morfologia, ma anche perché relativamente basale, e Tianyulong, incluso sia per le sue valenze nella codifica di caratteri tegumentari, sia per la sua probabile affinità con Heterodontosaurus: una scelta, questa ultima, finalizzata a stemperare l'importanza di Heterodontosaurus nell'analisi come "ornithischio basale tipo". In futuro, è possibile che includerò altri ornithischi basali.
I tre ornithischi citati sopra sono tra gli argomenti della corposa monografia su Heterodontosauridae pubblicata da Sereno (2012). In particolare, nuove immagini e dati su Tianyulong mi hanno permesso di aumentare le codifiche per questo taxon in Megamatrice. Tra le nuove informazioni, rilevanti per le mie esigenze filogenetiche spicca un arto anteriore quasi completo, veramente inusuale nella sua morfologia. L'arto anteriore di Tianyulong è infatti relativamente corto, e presenta un terzo dito (e corrispettivo metacarpo) più corto del secondo dito, un carattere vagamente "neotheropode", che si associa ad altri caratteri simili ai neotheropodi presenti negli heterodontosauridi, come la possibile presenza di un recesso premascellare nella fossa antorbitale, e la fibula ridotta in diametro.
Le nuove codifiche non cambieranno la posizione dei 3 ornithischi rispetto al resto dei taxa inclusi, ma sicuramente incideranno sulle interrelazioni in quella zona relativamente instabile quale è la base di Saurischia e di Theropoda...

Bibliografia:
Sereno PC (2012) Taxonomy, morphology, masticatory function and phylogeny of heterodontosaurid dinosaurs. ZooKeys 226: 1–225.

02 ottobre 2012

Audacia arcosauriana

Vi azzardereste a disturbare un leone mentre sta mangiando?
Sarebbe un'azione molto stupida, o molto audace. 
Immaginate allora di disturbare ben cinque leoni nello stesso momento, per giunta con i propri cuccioli. Un'azione totalmente incosciente e votata al suicidio, pensereste. Forse per un essere umano, ma non per un grosso coccodrillo.
Copyright: Oli Dreike (2012)

Questa foto è sicuramente impressionante. Ma il video è ancora più spettacolare! Un coccodrillo si fa beffe di ben cinque leonesse. Se non fosse solo una meschina antropomorfizzazione, verrebbe quasi da interpretare il gesto del rettile come una dimostrazione di grande audacia: ed in effetti, il modo sornione con cui il coccodrillo si getta nella mischia, e la sufficienza con cui si ritira paiono quasi un oltraggio al "re degli animali". 
Dal nostro punto di vista umano, occorre grande audacia, totale assenza di paura, per affrontare cinque leoni, o forse la paura è un sentimento troppo "nostro" ed al più consono per un cervello di tipo mammaliano. Ed anche se un coccodrillo è forse più una bellissima macchina da guerra che un eroico guerriero, tutta la mia stima e simpatia va al rettile, solo contro cinque...

La scena non può che farmi pensare che se un singolo arcosauro può tenere testa a cinque grossi mammiferi predatori, immaginatevi un intero pianeta popolato di bellicosi arcosauri di tutte le forme e dimensioni. E forse sarà più chiaro come mai i mammiferi rimasero piccoli e relativamente poco importanti (perlomeno alla scala dimensionale che noi riteniamo più importante e meritevole) per tutto il Mesozoico.

01 ottobre 2012

Barbarie visiva

Paradosso (per noi Classici): il Bello ed il Falso coesi
Nella nota favola del corvo e dei cigni, un corvo muore nell'ostinazione di essere un cigno, di vivere come un cigno. La morale della favola è che non si può andare contro la propria natura: se sei corvo non puoi vivere da cigno. In Occidente probabilmente questa favola ha accenti più negativi (non puoi essere ciò che non sei), mentre in Oriente la stessa verità probabilmente avrebbe l'accento più Zen del "segui il corso del tuo fiume, senza opporvi resistenza". Ovvero, sii corvo e lasciati guidare da ciò.
Se siamo scimmie, non ha molto senso, quindi, opporsi al nostro fiume scimmiesco. Come scimmie, siamo pervicacemente attratti da tutto ciò che è formoso, colorato, appariscente, che attrae il nostro occhio, quindi la mano, che cercherà di afferrare la fonte della visione. E se a guidare la mano è il cervello, è pur sempre l'occhio ad indurre il cervello.
Prima ancora che "Uomo sapiente", ognuno di noi è un "Uomo vedente" (mi scuso se la frase può discriminare una donna affetta da cecità, non è quella la mia intenzione), una creatura che si rapporta con un universo percettivo innanzitutto tarato su immagini. Ciò è vero anche in paleontologia. Purtroppo, in paleontologia, scienza della ricostruzione del passato, la visione è necessariamente subordinata alla sapienza. Non esiste un'immagine paleontologica che preceda una concezione paleontologica. In questo, quindi, la paleontologia è paradossale, nel senso etimologico di para-doxa. La paleontologia quindi è una disciplina in cui i canoni "naturali" del rapporto tra uomo e fenomeno sono invertiti, quindi sono "contro-naturali". Se fossimo vulcaniani o meri elaboratori di bit, ciò non sarebbe un problema, dato che applicheremmo il programma logico paleontologico nel suo contesto e secondo le due precise (per quanto invertite) polarità. Ma non siamo vulcaniani né elaboratori elettronici, bensì esseri umani, ovvero, come rimarcato all'inizio, scimmie. Scimmie, quindi animali ottusamente vincolati (perlomeno a livello subconscio) all'universo visivo prima ancora che logico e razionale, alle categorie dell'occhio prima ancora che a quelle del cervello. E se, quindi, siamo pur sempre scimmie, è vano ostinarsi ad essere altro, ad essere "para-doxali", come invece imporrebbe la paleonto-logica.
Da questa irrisolvibile contraddizione tra paleonto-logica (che subordinerebbe il visivo al concettuale) e antropo(simio)-logica (che subordina il concettuale al visivo) deriva la feroce dittatura della paleoarte sulla paleontologia.
Un'immagine paleoartistica vale più di mille parole. Purtroppo, la paleontologia dovrebbe essere quelle mille parole, e non l'immagine. Da qui, e lo dico con rammarico, l'utopia di una paleontologia logicamente rigorosa, scientificamente razionale, svincolata dall'invasione massiccia dei Vandali e dei Visigoti provenienti dall'arte. Essi avrebbero tutto il diritto di vivere fuori dal Limes paleontoLogico, e sarebbero perfetti vicini con i quali intrattenere proficui scambi e interessanti baratti. Noi amiamo le loro donne dallo zigomo altero e l'occhio di ghiaccio. Peccato che essi siano sempre più massicciamente entrati nelle nostre provincie, dapprima con accampamenti appena trasbordati, ora con velleità di comando. Temo il giorno in cui uno di loro salirà al seggio imperiale e detterà legge. La legge dell'immaginifico dove prima si incideva, su bronzee lastre, la Ius Palaeontologica.
Chi ha occhi per intendere intenda.